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Mauro Munzi



Il digitale costa, e il conto non lo paga soltanto chi lo compra; lo pagano le persone che tengono accese le macchine, gli annotatori pagati a microtask nella periferia del mondo, i lavoratori della conoscenza a cui la proprietà intellettuale viene tolta di nascosto. E lo paghiamo tutti con l'acqua che raffredda i data center, e con il suolo che consumano.

Chi sono

Ritratto di Mauro Munzi, ridotto a due inchiostri con una campitura rossa nella parete alle sue spalle.
Mauro Munzi

Mi sono laureato in filosofia alla Sapienza di Roma, lavorando sotto la guida di Lucio Colletti allo studio della formula di trasformazione del valore in prezzo di Karl Marx. Ho passato più di quarant'anni dentro l'industria informatica: Olivetti, Digital, IBM. Alla Sapienza ho insegnato informatica come docente a contratto.

Due mondi, e due metà dello stesso mestiere: spiegano il modo in cui scrivo. Analizzo le norme europee come le legge chi le ha viste applicare, non chi le commenta, e le dinamiche del mercato tecnologico le racconto da dentro, perché ne sono stato un attore. Delle nuove ideologie dell'AI leggo le radici, e cerco di percepire le conseguenze.

Oggi mi occupo di sostenibilità digitale con Sloweb, di cui sono attivista: per un digitale sobrio, pulito e giusto, ed è dentro quel perimetro che nascono le mie cose.

Dove si legge che cosa

Questo sito dice che cosa c'è dentro i libri, che cosa ho pubblicato altrove, il metodo di lavoro. Racconta il deposito delle idee, il progredire dei risultati.

Ma se qui si dà conto di quanto faccio, se questo è un sito di sintesi e di consultazione, la vita delle mie cose si svolge altrove. Ogni due sabati esce «Chi paga il digitale» su Substack, una lettera su lavoro, potere, ideologie ed energia. Un pezzo alla volta, un tema alla volta, con la fonte per esteso. L'iscrizione è gratuita.

Se volete scrivermi

A posta@mauromunzi.it. Non c'è un modulo di contatto: un indirizzo basta e non vi chiedo dati che non servono e di cui non faccio commercio.

Sono su LinkedIn, dove esce due volte a settimana un post che tira fuori la tesi da quello che scrivo altrove; e su Substack con «Chi paga il digitale», che è la lettera. Dove escono i testi per intero è in fondo a Scritti.

I libri

Questa pagina non vende niente. Dice che cosa c'è dentro i libri e a chi servono. Dove si comprano è scritto in fondo, quando c'è da comprare.

Per un digitale sobrio, pulito e giusto

Un percorso critico per l'autonomia dell'impresa

FrancoAngeli · fine novembre 2026

Copertina di progetto: cuneo rosso e forme nere su carta avorio, con il titolo in lettere rosse inclinate.
Copertina di progetto

Il libro parte da una domanda che chi guida un'impresa si pone di rado in questi termini: di che cosa siete ancora padroni. I servizi digitali che tengono in piedi un'organizzazione sono quasi tutti in mano ad altri, e la dipendenza non nasce da una decisione presa una volta, ma da una somma di scelte minute che nessuno ha registrato come strategiche: un formato di dati, un contratto rinnovato per inerzia, un fornitore che diventa l'unico che sa dove sono le cose.

Da lì il percorso si separa secondo due genealogie. La prima ricostruisce la sostenibilità digitale come contraddizione, dal paradosso della dematerializzazione fino alle tre stagioni che l'hanno prodotta: l'efficienza energetica e i rifiuti fra il 1990 e il 2005, l'irruzione della nuvola e delle piattaforme fino al 2015, e poi l'intelligenza artificiale dentro la crisi climatica. La seconda ricostruisce il rapporto fra pratica e norma, e mostra come una buona pratica volontaria diventi prima standard e poi obbligo; con le tensioni che quel movimento lascia irrisolte, a cominciare da chi le norme le scrive davvero.

La parte finale è operativa, e non nel senso della lista di consigli. Prende gli strumenti che un'impresa ha già in casa, il registro dei rischi, il codice etico, il rapporto di sostenibilità, gli organi che deliberano, e mostra come ci si innesta dentro la sostenibilità digitale senza costruire un apparato nuovo accanto a quello esistente. Con i casi italiani veri di responsabilità digitale d'impresa, da Enel al CSI Piemonte, da Seeweb a Piano D e Smart Flow.

  1. Prefazione di Pietro Jarre Perché abbiamo una scelta

    I nuovi guardiani all'ingresso, la lingua del marketing come forma di comando, le pompe dei dati, e l'impresa che si scopre vassalla.

  2. Genealogia La contraddizione

    Lavoro invisibile, concentrazione del potere, materialità del digitale, e il ritardo italiano misurato sull'Europa.

  3. Genealogia Pratica e norma

    Come il volontario diventa cogente, che cosa costa alle piccole imprese, e chi ha scritto le regole che dovranno applicare.

  4. Pratica Il codice etico

    Tre orizzonti e cinque fasi per innestare gli impegni negli strumenti di governo che l'impresa ha già.

Chiudono il volume tre apparati che si possono usare autonomamente: le norme ragionate, dalla CSRD all'AI Act passando per l'ecodesign, i rifiuti elettronici e gli standard ISO; una bibliografia ragionata della sostenibilità digitale che comprende anche il contrappunto degli scettici; e un glossario di strumenti e acronimi, con diversi algoritmi di misura in commercio passati in rassegna.

Copertina e prezzo li decide l'editore, e alla data di questa pagina non sono ancora arrivati. Appena ci sono, questa scheda si aggiorna.

Le Ricette di Sloweb

EDT · marzo 2027

Il primo libro dice come stanno le cose. Questo prova a dire che cosa si fa, in pratica, per esercitare la sobrietà digitale: una ricetta alla volta, con gli ingredienti, il tempo che serve e quello che si ottiene. Ricette vere, nel senso che si possono eseguire, raccontare, consigliare.

Serve alla gente comune, o a chi ha un'organizzazione da mandare avanti e non un dipartimento tecnico a cui delegare: piccole imprese, associazioni, scuole, uffici di piccole amministrazioni pubbliche. Nasce dentro Sloweb, l'associazione in cui questo lavoro di semina della consapevolezza digitale si fa da anni.

Editore
EDT
Uscita
marzo 2027
Contenuto
quattordici ricette individuali e due di quadro
Stato
in revisione, ampliamento chiesto dall'editore

In cantiere

Manoscritti · senza editore

Quattro testi in lavorazione, che a oggi non hanno un editore. Stanno qui perché una pagina sui libri che mostrasse solo quelli con un contratto racconterebbe metà del lavoro; e perché un manoscritto senza contratto è una cosa diversa da un libro in uscita, e va detto chiaramente invece che lasciato intendere, anche per chi non sa che scritto un libro non sei neanche a metà della fatica che si impiega per pubblicarlo.

Copertina di IT Verde: manifesto costruttivista con raggi verdi e un fulmine arancione al centro.
Copertina di lavorazione

IT Verde

Manuale operativo di sostenibilità digitale

Centotrentotto pagine, finite. Non è un saggio: è un manuale, e si usa. È scritto per chi decide, cioè direttori generali, responsabili dei sistemi informativi, direttori finanziari, dirigenti pubblici, e non presuppone nessuna sensibilità ambientale particolare; presuppone che vi interessi gestire bene le risorse dell'organizzazione.

Si legge a moduli, secondo la maturità di chi lo apre. Dieci azioni ad alto impatto e bassa complessità, verificabili in poche settimane, per cominciare. Poi il quadro di governo, con gli indicatori e la gestione del cambiamento. Poi ventisei iniziative operative divise per area e per livello di investimento, dal consolidamento dei server al raffreddamento, dalla scrittura efficiente del codice all'ottimizzazione delle interfacce di programmazione, ciascuna con il tempo di ritorno sull’investimento. Poi la conformità, che è la sezione da tenere aperta davanti a un revisore. E in coda oltre cinquanta programmi di misura passati in rassegna, con i criteri per sceglierli. È previsto un corredo di strumenti scaricabili, fogli di calcolo e check-list.

Copertina del Capitale algoritmico: cuneo rosso e fotomontaggio di ingranaggi su carta avorio.
Copertina di lavorazione

Il capitale algoritmico

Una critica marxiana dell'intelligenza artificiale

Manoscritto chiuso, in lettura. Legge l'intelligenza artificiale con gli strumenti della critica dell'economia politica: il general intellect espropriato, la forma-prezzo che smette di informare e comincia a comandare, la macchina cognitiva come incarnazione di un rapporto sociale. È il testo teorico da cui discendono quasi tutti gli altri, con la presunzione di riscrivere la teoria del valore alla luce della macchina algoritmica.

Un fiorino!

Come le big tech incassano su quello che producono gli altri

Sui redditi che le grandi imprese tecnologiche riscuotono per posizione, e non per quello che producono. Un criterio solo genera quattro specie di casello: chi fa pagare il passaggio, chi allestisce l'incontro tra domanda e offerta, chi possiede una condizione che nessun altro può riprodurre, chi si appropria del risultato di un lavoro fatto altrove. Il metodo è concedere che il servizio sia reso, e separarlo dal pedaggio.

Il demiurgo incorporeo

Il credo dell'industria del calcolo trattato come documento. La tavola delle corrispondenze fra le figure gnostiche e le categorie materialiste regge un testo in registro liturgico, articolo per articolo, con Andreessen e Thiel come avversari nominati. La tesi che i materiali autorizzano: le chiese dell'intelligenza artificiale non hanno fedeli, le congregazioni vere stanno altrove e hanno affitti e bilanci, e il proselitismo che conta passa dal denaro. I fedeli ci sono già: le aziende e gli individui fidelizzati dal lock-in.

Dove si trovano

Nelle librerie e nei negozi in rete, dal giorno dell'uscita, e nei canali dei rispettivi editori. Da questa pagina non si compra niente e non parte nessun link di e-commerce.

Scritti

Di ogni scritto trovate dove è uscito, quando, e che cosa sostiene. Non il riassunto: la tesi, in tre righe, così potete decidere se vale il vostro tempo prima di aprirlo.

Saggi su rivista

Critica Marxista

Gramsci, il senso comune e l'Intelligenza Artificiale. Ipotesi per una diversa egemonia

Terza serie, 2/2026, p. 87 · sezione «Problemi dell'Intelligenza Artificiale»

La destra statunitense ha costruito un proprio gramscismo, e lo ha fatto togliendo a Gramsci il fondamento di classe. Da lì il saggio mostra l'ambivalenza del «senso comune» e l'uso strumentale che se ne fa: la sinistra non produce interventi culturali alla scala e alla velocità con cui opera l'egemonia di oggi, e l'intelligenza artificiale generativa apre su questo uno spazio d’azione che prima non c'era.

Il general intellect al tempo della intelligenza artificiale

Nuova serie, 5-6/2025, settembre-dicembre, p. 106 · sezione «Laboratorio culturale»

Il general intellect si è costituito davvero come sapere collettivo e antagonistico, e nella dialettica fra capitale e classe operaia da che parte sta? La domanda obbliga a mettere le mani nel nesso centrale della modernità, quello fra scienza, tecnologia e rapporti sociali di produzione, dai tempi di Taylor a quelli dell'intelligenza artificiale.

«Critica Marxista» è una rivista trimestrale: i fascicoli si trovano in abbonamento e nelle biblioteche universitarie.

Interventi

Stultifera Navis

L'IA possiede anche i luoghi della democrazia?

Sulla proprietà dei mezzi della deliberazione

Contro la metafora muscolare del report DemocracyNext, che tratta la democrazia come una capacità che si atrofizza se non la si esercita. Quella figura sposta il problema sulle capacità dei cittadini e sulla pedagogia delle procedure, e lascia in ombra chi possiede i mezzi con cui si delibera. La crisi della rappresentanza non viene dall'atrofia civica: viene dallo spostamento materiale dei luoghi della decisione, dentro trattati, autorità indipendenti, vincoli di bilancio, infrastrutture proprietarie e termini d'uso. Al posto della distinzione fra artefatti complementari e competitivi propongo il criterio della reversibilità.

La riappropriazione del senso comune come ipotesi per una diversa egemonia

Un'analisi gramsciana del senso comune nell'era di Trump

La versione estesa del saggio uscito su «Critica Marxista». Gramsci come chiave della battaglia contemporanea sul senso comune, terreno che la destra ha occupato separando l'egemonia dal suo fondamento di classe; e il tentativo di rovesciare quell'appropriazione con Debord, con il détournement e con l'intelligenza artificiale generativa come strumenti di intervento culturale. Una diversa egemonia nasce solo dal passaggio dal senso comune al buon senso, e dalla produzione simbolica all'organizzazione politica.

L'intelligenza artificiale morirà di fame?

Più diventa efficiente, più divora ciò di cui si nutre

Il paradosso di Jevons, formulato nel 1865 sul carbone, applicato al dato. L'efficienza non riduce il consumo di materia prima, lo espande; e il dato umano, a differenza del carbone, è una risorsa storicamente determinata. Quando il giacimento originario scende sotto la soglia, i modelli passano al dato sintetico e comincia il collasso dei modelli. Kate Crawford lo chiama autofagia, e il termine è clinico, non metaforico.

Non esistono modelli neutri

Sul corpus e su ciò che restituisce

Un modello linguistico non pensa: comprime un corpus e lo restituisce in forma probabilistica. Da qui segue che la parzialità non è un difetto da correggere a valle con un filtro, ma una proprietà di ciò che è stato dato in pasto alla macchina.

Articoli

Volerelaluna

L'intelligenza artificiale morirà di fame

29 maggio 2026 · rubrica Controcanto

La versione per un pubblico più largo dell'argomento sull'autofagia, con in fondo il passaggio che su altre sedi non c'è: il paradosso di Jevons applicato al dato è la traduzione contemporanea della caduta tendenziale del saggio di profitto, perché il capitale, per sostenere il proprio plusvalore algoritmico, consuma le condizioni cognitive che rendono possibile produrre valore.

In lettura

Saggi in inglese · sottomessi

Due saggi in inglese sono in mano agli editor di due differenti riviste, una inglese ed una americana, che sono le vetrine naturali del pensiero a quelle latitudini: sono in peer review e non hanno ancora un esito.

The Value-Form in Digital Capitalism and the Horizon of Its Supersession

Rivista internazionale · in valutazione fra pari

Cinque ondate di critica hanno provato a seppellire la teoria marxiana del valore, da Böhm-Bawerk nel 1896 fino alle versioni post-operaiste e digitali di questi anni, e nessuna ha messo al suo posto uno strumento che spiegasse altrettanto bene ciò che il marxismo si era proposto di spiegare. Il saggio restituisce al presente i nomi marxiani con tre sostituzioni categoriali: capitale fisso algoritmico, rendita di piattaforma, e apertura dell'infrastruttura cognitiva come parametro di riappropriazione di specie. Innestando il grado di monopolio di Kalecki sulla teoria marxiana, rovescia il teorema di ridondanza di Sraffa e Steedman: sotto monopolio algoritmico è il prezzo a essere muto senza il valore.

The Commodity Denied. Against Varoufakis's Technofeudal Hypothesis

Rivista internazionale · sottomesso ad agosto 2026

Contro l'ipotesi del tecnofeudalesimo, ripresa da Varoufakis e diventata senso comune anche a sinistra. Tre fronti: il feticcio della merce negata, la circolarità della categoria di capitale improduttivo, e la resa semantica di chi chiama feudale ciò che la teoria del valore descrive meglio come comportamento tipico del capitale aggiornato all’algoritmo. Il vocabolario feudale dà un nome; la forma-valore la misura per la comprensione del fenomeno.

Dove trovarmi

  • Critica Marxista

    Rivista di riflessione politica e culturale, terza serie, Futura Editrice. I fascicoli si trovano in abbonamento e nelle biblioteche universitarie.

  • Stultifera Navis

    Spazio transdisciplinare di condivisione dei saperi. La mia pagina d'autore raccoglie i quattro interventi, leggibili per intero e senza iscrizione.

  • Volerelaluna

    Testata di intervento politico e culturale. Il pezzo sull'autofagia dei dati è uscito nella rubrica Controcanto.

  • Chi paga il digitale

    La lettera, su Substack, ogni due sabati. Lavoro, potere, ideologie, energia. L'iscrizione è gratuita e l'archivio è aperto anche a chi non si iscrive.

  • Sloweb

    L'associazione di promozione sociale in cui questo lavoro si fa da anni. Sul suo sito ci sono il blog, gli eventi e i documenti collettivi.

Dal 13 ottobre 2026 i miei testi lunghi non escono più come articoli su LinkedIn. Vanno sulla lettera, «Chi paga il digitale» su Substack, che ha lo spazio per l'apparato: le cifre con la fonte, il perimetro e l'anno, e i documenti primari citati per esteso. Sul feed resta il post che ne tira fuori la tesi, e l'archivio della lettera è aperto anche a chi non è iscritto.

Da dove scrivo

L'intelligenza artificiale non è un settore qualsiasi della tecnologia: è il terreno in cui si dispiegano tutte le contraddizioni del modo di produzione del capitale e dei rapporti sociali che quel modo esprime; per questo è oggi il fronte più avanzato del suo stesso superamento, e per questo è il mio primo oggetto di studio.

L'oggetto

Le tecnologie digitali non hanno «un impatto» sui rapporti sociali: cambiano le modalità con cui il capitale estrae plusvalore e si costruisce rendite, e in quel cambiamento portano allo scoperto ciò che prima restava implicito: la giornata di lavoro che non finisce con il turno, il sapere collettivo cristallizzato nella macchina e restituito a pagamento, il prezzo che smette di informare e comincia a comandare: sono determinazioni vecchie che l'infrastruttura di calcolo rende leggibili a occhio nudo. Chi vuole capire come funziona oggi la legge del valore non ha bisogno di andare a cercarla nell'Ottocento; la trova nella tariffa d’uso di un modello LLM di Intelligenza artificiale.

Da qui la scelta del terreno. Non studio l'intelligenza artificiale perché è nuova, la studio perché è il luogo in cui la contraddizione si vede meglio.

Le radici

Mi sono formato su una formula. Alla Sapienza, sotto la guida di Lucio Colletti, ho lavorato all’analisi della formula della trasformazione del valore in prezzo in Marx: il passaggio in cui si decide se la legge del valore sopravvive al confronto con i prezzi effettivi, o se resta una premessa filosofica senza presa sul reale. Una formula è il posto in cui una teoria tiene oppure si rompe, e avendoci messo le mani da giovane non torno più a discutere di capitalismo per invettive o feticci.

Il filo che tiene insieme tutto quello che scrivo è la contraddizione. Il modo di produzione non accompagna i rapporti sociali: li determina, e li determina producendo al proprio interno le condizioni che lo negano. È la ragione per cui non mi interessano le letture in cui la tecnologia è buona o cattiva a seconda dell'uso: quella figura mette in scena una neutralità che non esiste, e sposta la domanda dai rapporti di proprietà alle intenzioni di chi preme il tasto.

Gli interlocutori sono quelli: Marx per la forma-valore e per il Frammento sulle macchine; Gramsci per il senso comune e per l'egemonia; Guy Debord per il détournement (la pratica di rovesciare contro l'avversario i suoi stessi materiali). Non sono solo autorità, sono anche strumenti: servono a dare una forma oggettiva a ciò che accade.

Il mestiere

Ho progettato i sistemi prima di criticarli. Quarant'anni e passa dentro l'industria informatica, in Olivetti, in Digital, in IBM, e l'insegnamento a contratto alla Sapienza; abbastanza per sapere che un sistema non è la traduzione tecnica di un requisito neutro, ma il posto in cui qualcuno ha deciso per tutti che quel requisito era neutro, “naturale”, piuttosto che portatore di interessi, i suoi. Ogni sistema incorpora decisioni, e le decisioni si nascondono dove nessuno le va a cercare: nei valori predefiniti, nei formati dei dati, nelle soglie di allarme, in ciò che il registro degli eventi conserva e in ciò che scarta.

La stessa cosa vale per le norme. Un regolamento europeo lo leggo come lo legge chi ha dovuto applicarlo, non come lo legge chi lo commenta: guardando che cosa impone di rifare e che cosa si può soddisfare con una riga di interfaccia, quando scatta davvero l'obbligo, e quale autorità ha il potere di sanzionarlo. È la differenza fra un titolo di giornale e un intero progetto da rifare.

Le ideologie, e il punto in cui diventano teologie

L'industria del calcolo non si limita a vendere prodotti: produce un credo, e lo produce dichiarandolo forte e chiaro, come una professione di fede: il progresso come dovere morale, l'accelerazione senza limiti come obbligo, il mercato come unico ordinatore possibile del futuro, e in fondo la promessa di una intelligenza che ci supera e che per questo meriterebbe di decidere al posto nostro. Quando un'ideologia smette di argomentare e comincia a professare, ha cambiato genere: non è più economia politica, ma teologia.

Di quel credo leggo le radici e analizzo le conseguenze. Prendo i manifesti alla lettera, perché il testo di una professione di fede è un documento come un altro; e chiedo a chi lo firma la sola cosa che una fede non sa dare, cioè che cosa succede a chi ne subisce le conseguenze.

Come verifico

Da tutto questo discende una disciplina, e un metodo: una critica del modo di produzione algoritmico che sbaglia le cifre regala all'avversario l'unica risposta che gli serve per falsificare la versione dell’opponente.

Le cifre

Ogni cifra porta la fonte, il perimetro e l'anno. Il perimetro è la parte che quasi sempre manca ed è quella che decide: dire quanta energia consuma un data center significa poco se non si dice se il conto comprende il raffreddamento, la costruzione, i terminali di chi si collega. Quando il perimetro esclude qualcosa di rilevante, lo scrivo; quando due fonti attendibili divergono, riporto entrambe e dico perché divergono, invece di scegliere quella che mi torna comoda.

Le norme

Le leggo nel testo originale, non nei commenti. Il commento di un consulente racconta che cosa conviene a lui che la norma dica, e su regolamenti lunghi centinaia di pagine la distanza fra l'articolo e la sua sintesi è dove si vince o si perde la battaglia. Di ogni norma dico anche che cosa non dice: un obbligo che scatta fra due anni non è un obbligo oggi, e un obbligo senza sanzione non è la stessa cosa di un obbligo con una sanzione.

I documenti e le citazioni

Le virgolette stanno solo su una stringa verificata alla fonte primaria. Quando quello che riporto viene da una ricostruzione giornalistica e non da un documento, lo scrivo dentro il testo e non in fondo.

Quando una fonte non regge

Il pezzo non esce. Non esce in versione attenuata, non esce con un «pare che», non esce con la fonte sostituita da un'altra che dice la stessa cosa senza reggere meglio.

Quando sbaglio

Quando un errore viene fuori lo correggo nel testo e scrivo in fondo che cosa c'era prima, con la data. Se l’errore poi lo trovate voi, scrivetemi a posta@mauromunzi.it; vale anche per i libri.

Che cosa non faccio

  • Non uso le tecniche dell'economia dell'attenzione, che sono l'oggetto della mia critica.
  • Non mando messaggi automatici e non uso strumenti che li mandino al posto mio.
  • Non metto tracciatori né cookie su queste pagine, e non carico niente da altri siti.
  • Non ospito pubblicità e non accetto compensi per scrivere di un prodotto.